A volte mi fermo a guardare tutto questo da lontano, e l’unica cosa che sento è una stanchezza infinita. La stessa farsa si ripete da millenni, identica, meccanica, mentre ogni nuova generazione si illude di aver scoperto il fuoco.
A vent’anni si scende in piazza, si urla contro il mondo, si guardano i vecchi come fossili piegati al compromesso giurando di non fare mai la stessa fine. Poi passano vent’anni, arrivano i conti sul tavolo, la schiena comincia a dolere, e ci si ritrova con la stessa identica rabbia cieca, pronti a imporre le proprie quattro idee da bar a chiunque capiti a tiro. Ribelli a tempo determinato che finiscono puntualmente a fare la guardia alle stesse regolette che odiavano. Regole che servono solo a una cosa: dare a chiunque l’illusione di esistere, di piazzare la propria voce sopra quella dell’altro per non sentire il vuoto che c’è sotto.
È difficile dirlo ad alta voce senza sembrare soltanto cattivi, ma la realtà è desolante: la stragrande maggioranza delle persone non ha alcun talento. Nessuno. Si, certo, capaci di fare tante cose ma identiche a quello che fanno decice e decine di milioni di persone, anzi miliardi se cominciamo dalla nascita della specie umana.
Siamo circondati da miliardi di vite intercambiabili. Si fanno i mestieri di casa, si accende il computer per eseguire compiti sempre uguali, si timbra il cartellino, si canticchia decentemente sotto la doccia. Ed è tutto lì. La scintilla vera, quella che sposta il confine un metro più in là, appartiene a pochissimi. Qualche mente isolata che tira fuori dal cilindro un progresso nella medicina, e non per caso ma dopo anni di studio, come nella tecnologia o quei programmatori che hanno messo in piedi le intelligenze artificiali dando a tutti l’impressione di un futuro nuovo, ,gli stessi programmatori che hanno compreso di aver inventato la dinamite per darla in mano a guerrafondai e non costruttori di ferrovie. Ma intorno a quei pochi, quei pochissimi, c’è un deserto sterminato di copie conformi: gli stessi inciampi da adolescenti, le stesse cotte, le stesse illusioni puntualmente tradite, le stesse identiche lamentele ripetute fino alla nausea. E chi prova a uscire da questa melma si ritrova semplicemente solo, schiacciato dal peso dei numeri, incapace di cambiare di una virgola l’inerzia generale. La vera solitudine e non quella tanto osannata singletudine che fa moda appartenere oggigiorno.
In mezzo a tutto questo ci sono anch’io, con le mie fatiche più mentali che fisiche, i miei bisogni – questi sì fisici!, i desideri rimasti nel cassetto e una pila di problemi che basterebbe poco, davvero poco, per spazzare via. Basterebbe incontrare il mecenate giusto. Invece ricevo complimenti. Tanti complimenti, pacche sulle spalle, belle parole che scivolano via un secondo dopo essere state pronunciate. Ma con i complimenti ci fai la fame. Non ci paghi le bollette che scadono, non ci saldi le multe, non ci compri le medicine in farmacia e non ci paghi le visite mediche che ti servirebbero solo per tirare il fiato e stare un pochino meglio.
I mecenati di un tempo non esistono più. Quelli pagavano un artista perché cercavano l’eternità, volevano che la bellezza portasse il nome della loro casata attraverso i secoli. Chi ha i soldi oggi vuole solo altri soldi, e li vuole entro stasera. Non c’è visione, non c’è rispetto per chi crea o sa fare qualcosa: c’è solo la furia di spremere gli altri fino al midollo per poi buttare via la buccia. E non c’è niente di meglio di uno che ha tanti ma davvero tanti desideri – non bisogni, ho detto desideri! – per poter fare soldi.
È il trionfo del “cotto e mangiato”. Abbiamo perso la pazienza dell’attesa, la cura. Nessuno ha più voglia di mettersi ai fornelli per ore, di rispettare i tempi di cottura lenti, di dosare gli ingredienti nell’ordine esatto perché il sapore abbia un senso. Tutto deve essere ingoiato subito, senza masticare. Dopotutto, in un mondo dove la gente è convinta che per fare i soldi su OnlyFans basti mostrare un bel culo, a chi vuoi spiegare che persino lì dietro serve un piano di fattibilità, una testa, una fatica? A chi parli di dedizione, se non c’è più nessuno disposto ad ascoltare?
È proprio qui che ti muore dentro ogni residuo desiderio di comunione con gli altri. Perché questa fretta feroce ha mangiato anche i legami umani. C’è stato un tempo in cui si poteva ancora sperare di capirsi, di costruire qualcosa insieme mattone dopo mattone, accettando le spigolature. Oggi quella speranza è morta e sepolta. Nei rapporti personali basta un passo falso, una parola fuori dal copione, un momento di debolezza o una verità non addolcita, e vieni scartato. Sostituito all’istante, come un ingranaggio rotto. E si vede benissimo dove ci ha portato tutto questo: milioni di solitudini piende di desideri chiuse nelle proprie stanze, a scorrere nomi su uno schermo fingendo di avere una vita affettiva, alcuni persino orgogliosi di mostrare quanta saggezza porta la misera vita a cui partecipano facendo finta di essere felici.
Eppure nessuno si ferma. Ognuno tira dritto chiuso nella propria corazza di arroganza, ripetendosi “Io so’ io e voi non siete un cazzo”, recitando la parte del Marchese del Grillo che si permette di sbeffeggiare pure il Papa, mentre intorno crolla tutto. A chi non ha la forza si immedesima nella parte della vittima, naturalmente per colpa della società.
Anche i grandi miti a cui la gente si aggrappa — i Musk, i Gates, i Jobs — a guardarli bene lasciano solo l’amaro in bocca. Nessun miracolo: solo uomini che hanno avuto il pelo sullo stomaco di usare il talento altrui, che hanno potuto permettersi di sbagliare venti volte con il paracadute aperto, trovandosi nel posto giusto, nella società giusta, al momento esatto. Niente di più. Perfino i grandi artisti che studiamo nei libri, quelli rimasti nei secoli, devono quasi tutto al caso fortuito di essere nati nella corrente giusta.
Quando capisci questo, guardare le persone intorno che si gonfiano il petto e si credono speciali non fa nemmeno più ridere. Fa solo una grande pena.
Basta osservarle quando scende la sera sulla loro vita. Quando i giochi sono fatti e rimangono sole con se stesse. Uomini anziani svuotati, che dietro la rabbia e i discorsi su “come si stava meglio prima” nascondono solo l’umiliazione e il rimpianto di non avere più il cazzo duro di quando avevano vent’anni. Donne anziane che si consumano davanti allo specchio, incapaci di accettare che non ci sia più nessuno a sbavargli dietro per strada, a piangere in silenzio sulle tette cadute e sul culo sodo che non tornerà più. E oggi si è “anziani” giù dopo i trent’anni.
Tutto il rumore di un’esistenza intera si spegne così: nella tristezza della carne che cede e nella scoperta tardiva di non aver contato nulla, di aver recitato una parte uguale a miliardi di altre senza aver mai sfiorato davvero l’anima di qualcuno.
Hai mai sentito una vera comunione con chi ti è vicino? E no, non parlo della meravigliosa scopata dopo mezza bottiglia di vino, sicuramente frutto della noia e della ricerca di “non so cosa voglio”.
Perciò non chiedetemi più di sacrificarmi. Naturalmente parole buttate nel vento dato che anche quando lo urlo nelle orecchie di chi mi sta vicino sono parole, a loro sentire, di un presuntuoso altezzoso che non vuole capire che bisogna essere capacio di mettersi a pecorina con la giusta angolazione, con la vaselina sul comodino affianco.
Il fatto è che io sono sempre stato disposto a impegnarmi sul serio, a metterci tutto me stesso: nel lavoro, nelle amicizie, persino con le donne che mi piacevano ma ho esperienze infantili, come tutti, che mi hanno portato a reagire male contro chiunque mostri il suo cazzo sulla scrivania per dimostrare di averlo più grosso: classico esempio di chi ha davvero problemi di eiaculazione precoce, molto molto precoce. Oggi la visione di un percorso fatto mano nella mano non ce l’ho più. È spenta. Non venitemi a raccontare cazzate sul sistemarsi e sul fare tanti soldi, perché intorno vedo solo persone che corrono come conigli impazziti e pretendono le cose fatte per la settimana scorsa. Sono stufo di questi velocisti del cazzo che ti stringono la mano e ti danno il bacino sulla guancia, mentre dietro tengono già il coltello pronto per pugnalarti alla schiena appena ti volti.
Tenetevi pure le vostre certezze gridate, i vostri elogi che non costano niente e questo correre verso il nulla. Io ho smesso di cercare un punto d’incontro che tanto non esiste. Quando calerà il sipario, resteranno solo le mani vuote e un silenzio pesante, in un mondo che continuerà a girare indifferente un minuto dopo che ce ne saremo andati.
Nel frattempo cerco di godermi quel poco tempo che mi rimane con le persone che mi vedono per quello che sono per davvero e anche con chi, pur avendo un cazzo molto più grosso del mio, non lo mostra perché non ne ha bisogno e nemmeno accenna a tirarlo fuori.
Per tutti gli altri … beh, la buona domenica si augura a tutti, specialmente a quelli che ti auguri di vedere e sentire il meno possibile perché “chi sta bene non rompe il cazzo!”
Il mio unico desiderio: che stiate tutti davvero tanto tanto bene.
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