Se dovessi descrivere la mia identità con un’immagine, userei quella di un enorme puzzle. Un puzzle fatto di migliaia di pezzi, ognuno dei quali è un’esperienza che ho vissuto: un incontro, un viaggio, un’amicizia, un errore, una delusione, una serata che mi è sembrata tempo perso.
Ci dicono sempre che bisogna dividere le esperienze in belle e brutte e dimenticare quelle brutte ma io sempre ho pensato che di quelle esperienze nessuna è un pezzo sbagliato, da buttare. Ho accettato che nessun pezzo è inutile. Anche quello che ti lascia un po’ di amaro in bocca ha un suo contorno preciso, e ti dice qualcosa di fondamentale: cosa non vuoi, come non vuoi essere trattato, dove non vuoi investire il tuo tempo. Sapere cosa non si è, è già metà del disegno.
C’è un’altra cosa che ho capito, e la più importante: questo puzzle non posso vederlo per intero ma solo percepirlo come parte di me. Chi sta dentro l’immagine non può guardarla da fuori. Posso solo sfiorare i pezzi che ho in mano, uno alla volta, senza mai avere davanti il quadro completo. Una scatola con l’immagine finale non esiste, e forse è giusto così.
Anzi, a pensarci bene, il puzzle non è nemmeno piatto. Un puzzle da tavolo ha due dimensioni, ma una persona ne ha molte di più: il carattere, i ricordi, il corpo, le emozioni, le relazioni, il tempo che passa e cambia il senso di tutto. Nella nostra realtà esistono tre dimensioni fisiche e il tempo, ma una personalità ne ha talmente tante che nessuna forma geometrica può contenerla. Quello che gli altri vedono di me è soltanto una proiezione, come l’ombra di un oggetto complesso proiettata su un muro: vera, ma parziale.
Per questo nessuno, nemmeno chi mi conosce meglio (e in molta parte anche me stesso) , ha il quadro completo. Ognuno vede il suo angolo, la sua ombra. E per lo stesso motivo gli altri contano tanto ma nello stesso tempo non contano mai troppo: le persone, le altre persone, sono un punto di vista da cui riesco a scorgere pezzi che da solo non vedrei ma so anche che loro mi vedono con i loro occhi e quindi in un certo senso solo quello che loro vogliono vedere.
Ho imparato anche che non tutti i pezzi arrivano quando li cerchi. Alcuni li trovi per caso, altri ti vengono consegnati da persone che nemmeno conosci. Altri ancora sono i più difficili: quelli che ti costano pazienza, fatica, un ascolto dato senza ricevere niente in cambio. Ma sono proprio quelli che danno profondità al quadro, rendendo la struttura del puzzle più ricca, più variegata … ma bisogna saperlo apprezzare.
Per questo oggi cerco di non rimpiangere il tempo speso, nemmeno quando non è andata come speravo. Quel tempo è diventato un pezzo, e un pezzo resta, fa parte di me.
Il mio compito non è evitare le esperienze difficili, ma accoglierle e metterle al loro posto, sapendo che il disegno non sarà mai finito e non sarà mai tutto visibile.
Considero anche tutti gli altri puzzle da completare, infiniti e imperscutrabili, e questo tende ad farmi avvicinare a chi mi porge dei pezzi da provare a inserire sia nel mio che nel suo disegno e ad allontanarmi a chi si diverte solo a sparpagliarli sul tavolo enorme delle possibilità.
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