PigraMente

perché fare le cose di fretta?

Il vestito su misura che nessuno ha più tempo di indossare

C’è una stanchezza particolare, che non viene dal troppo lavoro. Viene dal lavoro fatto a metà. È quella di chi costruisce qualcosa di preciso, pensato apposta per una persona, e poi si accorge che quella persona non ha gli strumenti (non per cattiveria, semplicemente non ha tempo) per ricevere fino in fondo quello che gli viene offerto.

Non è una lamentela sul lavoro. È qualcosa che riguarda il modo in cui, sempre di più, le persone si parlano tra loro. Viviamo in un momento in cui le decisioni di fondo, i ritmi, cosa conta e cosa no, si scrivono altrove, in alto. E la base le assorbe quasi sempre d’istinto. Di pancia. Raramente con un ragionamento vero. Non è colpa di qualcuno in particolare, è una corrente che trascina tutti quanti, chi la genera e chi la subisce.

Dentro questa corrente la gente si porta dietro un sacco di cose non dette. Fretta, rabbia trattenuta, frustrazione. Il peso di non avere mai un minuto per sé. E chi ha la sensibilità di percepire tutto questo, non solo di vederlo ma di sentirselo addosso, finisce per fare i conti con un disagio che non è nemmeno suo.

Chi lavora per capire davvero le persone, per costruire qualcosa su misura e non secondo uno schema già pronto, ha bisogno di una cosa sola: che l’altro si fermi un attimo. Non serve molto, bastano pochi minuti per raccontare come vanno davvero le cose, cosa succede quando qualcosa va storto, cosa conta per lui. E oggi quei pochi minuti sono la cosa più difficile da ottenere. Non perché manchi la buona volontà. È che le persone non riescono più a concedersi nemmeno quello.

Il muro che si trova davanti non è fatto di diffidenza, è psicologico, ed è fatto della stessa fretta che ormai tutti raccontano come fosse normale. Chi lo incontra tutti i giorni, chi lo sente ancora prima di vederlo, alla fine se ne stanca in un modo che va ben oltre il lavoro.

C’è chi è fatto apposta per cogliere questo genere di segnali. L’umore sotto le parole. La tensione in una risposta data troppo in fretta. La stanchezza dietro un “non ho tempo”. È una qualità rara, utile, ma ha anche un costo alto. Perché chi ce l’ha non riesce a restarne fuori. Si porta dietro quel rumore di fondo ovunque vada e, col tempo, impara a difendersene nell’unico modo che conosce: allontanarsi. Ridurre gli spazi condivisi. Scegliere il silenzio invece del contatto.

Non è insofferenza verso le persone. È quasi una reazione fisiologica, di chi è troppo razionale per illudersi che le cose cambino da sole, ma troppo emotivo per restarne indifferente finché non cambiano.

In questa storia non c’è un colpevole. Né chi non ha più tempo da dare, né chi continua a chiederlo. È una società intera che corre a una velocità che forse nessuno ha scelto fino in fondo. E dentro quella corsa, chi lavora di cura e di precisione resta spesso con le mani piene di qualcosa che non riesce a consegnare del tutto.

Forse l’unica cosa onesta da dire è questa: costruire qualcosa di buono, oggi, richiede un tempo che quasi nessuno riesce più a concedere. Nemmeno a sé stesso.

E chi se ne accorge per primo, chi lo vede con più chiarezza di altri, paga un prezzo che nessuno gli riconosce. Con il tempo si isola, quasi senza accorgersene. Diventa più scontroso, più insofferente verso un certo modo di stare al mondo. Arriva perfino a percepire come un piccolo sopruso i consigli dati con affetto, quelli di chi gli vuole bene e non capisce perché non li accetti volentieri. Non è ingratitudine. È che la stanchezza, a un certo punto, non distingue più tra chi la causa e chi prova solo ad alleggerirla.

Resta il fatto, semplice e un po’ scomodo, che essere capace, veloce, capace di usare bene anche gli strumenti più nuovi, non basta a trovarsi un posto in cui sentirsi sereno. Né nel lavoro, dove quella capacità resta spesso invisibile, né nella vita privata, dove le conversazioni iniziano a somigliarsi tutte, sempre le stesse lamentele, sempre lo stesso orizzonte stretto. È comprensibile: è naturale che ognuno guardi prima di tutto al proprio orto. Ma è anche un piccolo torto, se ci si pensa, trattare con indifferenza chi avrebbe gli strumenti per migliorare davvero le cose, senza nemmeno la pretesa di salvare nessuno.

E così, pian piano, ci si allontana. Non per supponenza, non per sentirsi superiori a nessuno. Solo perché, con molta calma, con la stessa calma con cui si osserva un dato di fatto, si arriva a un punto semplice da dire e difficile da ammettere: si è semplicemente stufi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Dimensione massima dei file caricabili: 30 MB. Puoi caricare: immagine, audio, video, documento, foglio di calcolo, interattivo, testo, archivio, codice, altro. I link a YouTube, Facebook, Twitter e altri servizi inseriti nel testo dei commenti saranno automaticamente incorporati. Rilascia il file qui