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perché fare le cose di fretta?

La perla, il bianco e la misura delle parole

Per me la lingua non è un semplice strumento pratico, ma il mezzo principale per condividere pensieri, sensazioni ed esperienze. Dovrebbe servire a far emergere le nostre differenze senza stabilire chi ha ragione: siamo tutti diversi, e nessuna prospettiva è di per sé superiore a un’altra.

Il cortocircuito nasce quando ci si aspetta che tutti comunichino sulla stessa frequenza. Io tendo a dare valore alle sfumature, mentre chi ho davanti spesso preferisce un codice più rapido e immediato. Se io dico “perla” e l’altro recepisce solo “bianco”, non significa che uno dei due sia nel torto: significa che stiamo usando due unità di misura differenti. Il “bianco” è una sintesi funzionale; la “perla” richiede di fermarsi sui dettagli, sul tempo e sulle imperfezioni. Pretendere che chiunque abbia la disponibilità di analizzare ogni parola è irrealistico, ma ignorare del tutto le sfumature toglie valore allo scambio.

Capirsi costa energia. Quando questo disallineamento è costante, la socialità smette di essere un piacere e diventa un carico. Negli anni ho semplicemente imparato a dosare la mia presenza. Frequento pochissime persone e passo molto tempo nella mia dimensione, aprendo la porta anche solo per godermi la quiete del mio portico.

Il mio lavoro accentua questa routine: passo le giornate davanti a uno schermo e al telefono per risolvere problemi tecnici. Se da un lato mantengo il bisogno di un contatto umano reale, dall’altro riconosco che il mio ambiente ideale ha regole e ritmi diversi rispetto alla frenesia esterna. Nel traffico aggressivo, nei dialoghi privi di sostanza o nelle domande invadenti di chi considera “strano” chiunque non segua il gregge, vedo solo un modo di stare al mondo che non mi appartiene.

Davanti a un computer la logica è lineare: c’è un problema, una causa, una soluzione. Nelle relazioni umane questo non esiste. Non evito le persone per incapacità o rifiuto: anche con chi stimo e frequento volentieri, ho una soglia temporale precisa oltre la quale sento il bisogno fisico di tornare al mio spazio e al mio silenzio. Non è una chiusura dettata dal malessere, ma una necessità fisiologica: c’è chi si ricarica in mezzo al rumore e chi, per rimanere lucido, ha bisogno di preservare i propri confini.

Questo non significa essersi arresi o aver alzato un muro insormontabile. Resto disponibile ad aprirmi a nuove esperienze, a fare nuove conoscenze e a limare, per quanto possibile, quella diffidenza di fondo che nutro verso l’umanità in generale — un’avversione che riguarda la massa, mai il singolo individuo preso nella sua unicità. Ma aprirsi non significa sottomettersi a quel modello che sta dilagando come un fiume in piena: la rabbia diffusa, la maleducazione gratuita, la presunzione e l’egocentrismo autoreferenziale. Di fronte a queste derive non c’è margine di trattativa: non ho le energie né la minima intenzione di sprecare il mio equilibrio, nemmeno davanti all’attrazione fisica più forte. Chi vuole entrare nel mio spazio deve portare sostanza, calma e rispetto; tutto il resto può tranquillamente rimanere fuori dalla porta.

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