Le interazioni umane sono un bluff, un continuo gioco di maschere. Spesso pensiamo di aver trovato qualcuno di speciale, in amore o in amicizia. Persone che fanno esattamente quello che ci piace, che ci assecondano, che sembrano perfette. Ma la realtà è un’altra: lo fanno per farci piacere, non perché provano un interesse genuino per quello che fanno.
Prendiamo un esempio chiaro. Una donna che accetta di fare pratiche sessuali che le creano fastidio o che non le piacciono, solo “per amore” o per compiacere il partner. Questo non è affetto, è una forzatura. È una recita dettata dal bisogno di tenersi stretta una persona, non dal piacere condiviso. Quando l’altro fa qualcosa solo in funzione della tua presenza, e non perché sente quel desiderio a prescindere da te, la relazione è già vuota. Diventa un obbligo camuffato da sentimento. La maggior parte della gente si avvicina per interesse personale, per non stare sola, o per calcolo emotivo. Non esiste un reale piacere nel connettersi con te, fisicamente o mentalmente.
Questa stessa dinamica, definibile ipocrita ma in realtà del tutto naturale, si riversa inevitabilmente anche nel mondo del lavoro. Per me, l’attività che svolgo è la mia passione. Mettere le mie conoscenze al servizio del bene altrui, spesso a prezzi ridicoli rispetto al mercato, è il mio principale motivo di vita. Ho sempre offerto una disponibilità eccessiva. Ma lo stress di stare dietro a clienti che non hanno mai tempo, che credono di avere il diritto di essere assecondati in tutto solo perché pagano e che pretendono che chiunque si adegui ai loro orari, ha provocato enormi danni al mio fisico, e intendo per davvero.
Oggi il mio cervello è ancora super attivo, ma il corpo non può più correre dietro a queste pretese. Ha bisogno di essere trattato bene come non mai, più che altro per non finire i miei anni in un letto di ospedale. Questa situazione convalida la mia innata propensione a non perdere più tempo con chi non apprezza il valore della mia dedizione. Non c’è rabbia o insulto verso questi clienti. Anzi, hanno persino ragione nel loro delirio: sono semplicemente schiavi di un sistema alienante, un ingranaggio perverso per cui io stesso stavo morendo e, nonostante cerchino di negarlo, vedo spesso una stanchezza enorme nella loro convinzione di lavorare 24 su 24, intervallata da aperitivi corposi e abbronzature fatticce.
Quindi non me ne voglia chi crede che io stia aspettando una chiamata, convinto che io mi senta come una principessa in attesa del principe azzurro. Questa società si basa ormai sulla falsa convinzione che non avere tempo sia uno status sociale ambito rispettato. La realtà è ben diversa: si tratta solo di un complesso gioco in cui la maggior parte della giornata viene trascorsa a non produrre assolutamente niente. Ci si limita a rincorrersi inutilmente l’un l’altro, senza fermarsi mai, dedicando tempo a cose per lo più inutili ma credute necessarie per andare avanti, e di questo ne sono profondamente addolorato.
Non dovrei essere ma la mia maledetta empatia, che molti non vedono nemmeno col cannocchiale, nel mio piccolo antro entra solo chi non mi impone le sue regole da coniglietto indaffarato. Io sono una tartaruga, e si sa perfettamente come va a finire la storia.
L’unica soluzione logica e definitiva per preservare la propria integrità è la misantropia, intesa come distacco da questa farsa collettiva. Tagliare i ponti con i compromessi logoranti, sia privati che professionali, è un atto di sopravvivenza. Stare da soli e stabilire confini invalicabili è l’unico modo per stare davvero bene. Nella solitudine e nel distacco non ci sono recite, non ci sono donne che fingono, amici per convenienza o clienti che fagocitano la tua vita. C’è solo la verità di sé stessi. Smettere di cercare gli altri e rifiutare le loro dinamiche tossiche non è una sconfitta, ma l’unico manifesto possibile per una vita autentica, protetta e scandita dal proprio tempo.
E no, non è un manifesto per l’essere “single” perché sono il primo sostenitore della famiglia ma meglio soli che male accompagnati: io ho già dato in tal senso e, dal mio punto di vista, fin troppo.
Ho sempre scritto nel vano desiderio di accendere quei collegamenti neurali che portano gli altri alla comprensione del mio modo di vedere la vita in generale. Ma scrivo soprattutto per evitare di mandare a quel paese, in modo diretto e violento come spesso impone il mio sangue bollente, le persone che non voglio più vedere. Nel corso di questi lunghi 60 anni, la mia testa ha sbattuto migliaia di volte contro un’ovvietà logorante: la convinzione radicata in ognuno di noi di essere il centro dell’universo, persino nel ruolo di vittima sacrificale in un mondo di soprusi. Eppure, nonostante tutto questo scontrarsi con la realtà, sono ancora un po’ ingenuo nel credere di incontrare persone “giuste” per me.
Mi sa che ci morirò così… e non so se sia un vanto …
ps: per i creduloni, l’immagine sottostante è “finta”.

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